


1) La notte di San Silvestro, una vocina dentro come una sirena: "…perché non ti fai Facebook, dai cosa aspetti… vedrai ti porterà fortuna!" Ed ho ceduto alla tentazione. Fatto. Il bilancio a dieci giorni dall'apertura dell'account: circa 60 amici ritrovati su FB, alcuni latitanti da parecchi anni. Uno strumento molto potente, direi, da usare a piccole dosi però. 

quelli di cui l'Italia ha sempre bisogno.
Siamo quelli che credono ancora nella Repubblica,
nell'Italia così com'è, nel senso dello Stato e nelle Istituzioni.
Siamo quelli che stringono la cinghia
per regalare un futuro migliore ai propri figli.
Siamo quelli che non hanno perso l'abitudine di sognare
e che non hanno bisogno di sogni preconfezionati.
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Non è un caso che esattamente due anni fa inauguravo il nuovo studio. Auto-auguri.
Prendendo spunto da una riflessione di Giulio Rupi, ingegnere e urbanista, sulle periferie urbane, mi sbilancio su un terreno che pure se non familiare comunque mi è a cuore. Sono certo che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare nella pianificazione delle grandi periferie urbane. Tanti hanno provato a scriverci su, traendone diversi risultati. La mia opinione sposa parecchio la tesi del Rupi (leggasi avanti) e si basa non su considerazioni sociologiche: non è più l'uomo che vivrà quei luoghi a dettare le regole della pianificazione degli spazi ma sovrastrutture, categorie, protagonismi e monumentalismi. Non c'è ebbrezza più grande per chi si occupa di progettazione di spazi che lasciare il proprio segno, a imperitura memoria. Meglio se di cemento, inamovibile. Un piacere grande e superiore alla gratificazione economica che l'atto in se già produce. E non è questione di "bello" o "brutto", ma di sostanziale sordità al feedback dell'utente, più che convinti di poter dettare per esso le regole del buon vivere. Periferie nate così prima o poi scoppiano: sono luoghi da cui fuggire, meglio non nascere lì.
Stupido. Bastava aprirsi un po’ e chissà se parlandone ti sarei potuto essere di aiuto. Ma hai preferito lanciare un urlo nel vuoto, un unico inutile estremo urlo di aiuto. Inutile, perfettamente inutile.
C'è un episodio che mi turba dall'altro ieri e del quale non riesco ancora a darmi una ragione. Una realtà che non potevo immaginare: una incomunicabilità che porta fino alla negazione della vita. Giovane ma già col volto segnato dal duro lavoro, conoscente da qualche anno, ultimamente avevamo instaurato anche rapporti lavorativi interessanti. Imprenditore figlio di imprenditore, con prospettive per il futuro e tanti impegni: nessun segnale apparente. Lunedì mattina, al rientro da un impegno fuori sede, la notizia dai miei colleghi di studio: suicidio. Così ora cerco di ricollegare frammenti delle sue conversazioni alla ricerca di una causa, ma finora niente, niente che mi possa fare intravedere un disegno di questo tipo. Deve esserci più di una ragione per negarsi alla vita, agli affetti di una famiglia e alle adorate tre figlie. Poi stamattina, la visita in studio del padre, preoccupato solo di come chiudere i lavori già avviati …


