Quando la vidi per la prima volta ero piccolo, ma non abbastanza da non intuire che quello doveva essere un simbolo della città. L’architetto Giò Ponti pensò e realizzò questa splendida chiesa davvero come un monumento. Fine anni ’60: nel pieno del boom economico Taranto si andava espandendo rapidamente con i suoi commerci navali e le sue acciaierie. Il fascino di quest’opera resiste tutt’oggi, pur se soffocato dalle edificazioni che le si sono strette attorno, scimmiottandone un po’ lo stile. Ma lei, la Concattedrale, austera ed elegante signora, continua a distinguersi e a resistere, irradiando lo spazio del suo mistero.
Trigonometria in cucina.
Perché si sa, dalle nostre parti non si può lasciare il commensale nella soggezione di dover lasciare una fetta troppo grande a metà. Dunque meglio tanti pezzi piccoli che pochi grossi (meglio ancora se “quanti” indivisibili, sommabili se si vuole).
Il rito si svolse all’incirca così. Individuato un cerchio intermedio di raggio R1 (frazione del raggio esterno R), fu suddiviso il cerchio interno n. 12 pezzi e la corona esterna n. 18 pezzi. La superficie totale come noto è S = π R1^2 + π (R^2 - R1^2) = 2S’+3S’. Fu necessaria la risoluzione del sistema di equazioni di secondo grado in S’ ed R1 (parametriche in R), ottenendo facilmente: R1 = √2/5 R. Fatto questo, occorreva tracciare 3 diametri orientati rispettivamente a π/3, 2/3π e π, individuando così n.12 settori, n.6 esterni ed altrettanti interni al cerchio di raggio R1. E qui il tocco finale: la divisione esatta per 2 dei pezzi dei settori interni, per 3 dei pezzi dei settori esterni. Il risultato ottenuto fu quello di figura, salomonicamente concepito e democraticamente accettato da ogni commensale. Bon appetit!

Antichi fuochi